Analisi Difesa anno 13 numero 127
011 - ENDURING FREEDOM

L'OFFENSIVA TALEBANA DI PRIMAVERA PIU’ MEDIATICA CHE MILITARE

17 aprile Avvio spettacolare per l'ormai consueta offensiva di primavera che i talebani scatenano ogni anno con l'obiettivo, più mediatico che militare, di dimostrare che mantengono la capacità di colpire in profondità fin nel cuore delle istituzioni e dei palazzi governativi e internazionali di Kabul. Attacchi coordinati con gruppi di fuoco, kamikaze e lanci di razzi e colpi di mortaio hanno interessato ambasciate, il comando della brigata Nato della capitale a guida turca di Camp Warehouse, il Parlamento e alcune ambasciate tra le quali quella britannica. Un assalto senza speranze ma che ha ottenuto il successo mediatico cui aspiravano i talebani eseguito secondo una tattica consolidatasi già dal 2009 e messa a punto dalla "rete Haqqani" la centrale talebana basata nel Waziristan pakistano che secondo l'intelligence statunitense più legata all'intelligence militare di Islamabad (ISI). Tra gli obiettivi degli anche il secondo vicepresidente afghano, Karim Khalili, sventato dai servizi di intelligence afghani (Nds). Una decina gli attacchi dei miliziani in tutto il Paese che segnano «l'inizio dell'offensiva di primavera» come ha dichiarato via telefono all'Afp un portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahed annunciando che «decine dei nostri coraggiosi mujahiddin armati in modo pesante e molti combattenti suicidi tanno partecipando alle operazioni di oggi a Kabul e nelle province di Logar, Paktia e Nangahar». Aree che appartengono tradizionalmente al settore di competenza del network Haqqani mentre l'altra rete talebana, la "shura di Qetta" guidata dal mullah Omar opera nelle regioni meridionali e occidentali afghane. La propaganda talebana non ha poi perso l’occasione per rivendicare gli attacchi presentandoli come ritorsioni  per “le copie del Corano bruciate in una base Nato, per il video dei marine che urinano sui cadaveri dei nemici e per il massacro di 17 civili nella provincia di Kandahar” come ha detto il portavoce Zabihullah Mujahid fingendo di dimenticare che attacchi di questo tipo a Kabul vengono effettuati con cadenza regolare da anni dagli uomini della Rete Haqqani.  Al di là dell'impatto mediatico internazionale l’ultima serie di attacchi non può essere considerata una vera offensiva, non almeno in termini militari. Si tratta infatti di azioni che non puntano ad assumere il controllo di porzioni di territorio o centri abitati né a strappare alle truppe governative e alleate postazioni di valore tattico. Di fatto i talebani compiono azioni di tipo terroristico e soprattutto suicida nelle quali i miliziani sono votati alla morte o perché sui fanno esplodere o perché, completamente circondati, vengono uccisi dalle forze di Kabul o della Nato. Non è un caso che il bilancio degli assalti multipli talebani reso noto dal Ministero degli interni afghano sia di 47 vittime tra le quali ben 36 talebani. Un bilancio non certo esaltante per i miliziani afghani compensato però dall'ampia risonanza mediatica. Da quando nel 2010 Stati Uniti e Nato hanno annunciato il prossimo ritiro delle forze alleate, che dovrebbe completarsi nel 2014 o forse addirittura l'anno prossimo (i dettagli verranno definiti a maggio nel vertice Nato di Chicago), i talebani hanno quasi del tutto interrotto le operazioni militari per limitarsi a disturbare il nemico con spettacolari attentati, attacchi suicidi e un vasto impiego di ordigni stradali che però provocano più spesso vittime tra i civili che tra i militari che utilizzano veicoli protetti.  Una tattica interpretabile con l'incapacità di contrastare in campo aperto le superiori forze alleate ma anche con la precisa volontà di risparmiare forze e combattenti che si riveleranno impiegabili in modo più proficuo quando il ritiro dei 130 mila militari alleati (90mila statunitensi) sarà completato o comunque già in stato avanzato e sul campo di battaglia si troveranno solo le forze governative afghane che per armamento, addestramento e disciplina non incutono certo timore ai talebani. A questo proposito l’Australia ha appena fatto sapere che i suoi 1.550 militari verranno ritirati dalla provincia meridionale di Uruzgan con un anno di anticipo, entro il 2013. Canberra si unisce a Parigi e in parte agli Stati Uniti nel rimpatriare in  anticipo le truppe ma  al Vertice Nato di Chicago di maggio altri Paesi potrebbero annunciare iniziative analoghe. Come i talebani , anche la Nato ha cercato di influenzare la percezione della battaglia enfatizzando il ruolo delle  forze afghane che hanno saputo gestire da sole gli attacchi senza chiedere il supporto della Nato. Le forze di sicurezza afghane hanno reagito “con rapidità e efficacia” all'attacco talebano di ieri a Kabul e in altre tre aree del Paese ha detto la portavoce della Nato, Oana Lungescu. Gli attacchi di ieri “non sono i primi e pensiamo che non saranno gli ultimi, ma non cambiano la strategia per la transizione, gli obiettivi e il calendario” ha aggiunto ringraziando le forze afghane per aver impedito che gli attacchi degli insorti provocassero un elevato numero di vittime “confermando le loro crescenti capacità”. Cortesie non ricambiate dal presidente afghano Hamid Karzai che ha accusato l’intelligence della Nato di non aver saputo fornire preavvisi circa gli attacchi talebani. “La penetrazione dei terroristi a Kabul e in altre province rappresenta un fallimento dell'intelligence nostra ma in special modo di quella dell'Alleanza, e le cause di tale fallimento vanno indagate". E del resto in molti ambienti alleati si evidenzia sorpresa per la capacità talebana di condurre attacchi complessi e sincronizzati (del resto non nuova) e qualcuno fa notare che con il ritiro progressivo delle truppe alleate anche il supporto d’intelligence a Kabul si ridurrà in modo significativo.

Gianandrea Gaiani
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Foto Forze speciali afghane (ISAF)