4 aprile - Se anche il comando alleato a Kabul è costretto a parlarne significa che il problema ha assunto proporzioni molto ampie e ha un forte impatto sul morale delle truppe alleate, già messo a dura prova da una guerra che Stati Uniti e Nato hanno rinunciato a vincere preannunciando due anni fa il ritiro nel 2014. Un morale che sembra ora in caduta libera dopo l’escalation di attacchi letali subiti da poliziotti e soldati regolari afghani. Sui 96 soldati alleati uccisi dall’inizio dell’anno ben 17 sono stati uccisi dal fuoco amico (gli alleati lo chiamano “green on blue” dove i green sono gli uomini delle Afghan Security Forces) di soldati o poliziotti armati, addestrati, pagati e nutriti dai militari e dai finanziamenti occidentali. Una percentuale che vale di più del suo 18 per cento perché se si considera che tra i caduti ve ne sono 25 dovuti a incidenti o a cause diverse dai combattimenti emerge che un militare alleato su quattro caduto in battaglia è stato ucciso dagli “alleati” afghani e non dagli insorti negli ultimi tre mesi. Secondo il generale tedesco Carsten Jacobson, portavoce del comando Isaf, la morte dei soldati della Nato per mano di militari o agenti di polizia afgani pesa in maniera "sproporzionata" sul morale degli alleati. "Centinaia di migliaia di uomini della coalizione e delle forze di sicurezza afgane lavorano insieme quotidianamente. Questi attacchi da parte dei colleghi afgani non sono la norma" ha spiegato, ma “ognuno dei dieci incidenti di questo tipo che hanno avuto luogo nel 2012 e che hanno provocato la morte di 17 militari ha avuto conseguenze sproporzionate sul morale delle truppe straniere e afgane” ha ammesso il portavoce. Le valutazioni numeriche possono apparire di impatto limitato considerando che in Afghanistan operano 130 mila militari alleati www.isaf.nato.int e 352 mila militari e poliziotti afghani ma il costante incremento di attacchi o veri e propri omicidi nei confronti dei consiglieri militari e del personale alleato assegnato ai comandi e ai reparti afghani sta modificando sensibilmente i rapporti tra Kabul e gli alleati inficiando parte del lavoro di formazione e addestramento rivolto alle truppe afghane. Dopo l’uccisione di quattro istruttori i francesi hanno prima sospeso e poi ridotto l’addestramento sul campo delle forze afghane nella provincia di Kapisa e fonti militari a Kabul confermano la tendenza di tutti gli Operational Mentoring Liaison Team (Omlt), i reparti di consiglieri assegnati all’esercito e alla polizia afghana, a mantenere maggiore distacco dagli afghani per evitare di esporsi. Altri raccontano di militari alleati che nelle attività congiunte si guardano le spalle temendo più le truppe di Kabul dei talebani mentre le procedure prevedono ora che militari armati pronti al fuoco accompagnino il personale a diretto contatto con gli afghani e lo scortino giorno e notte. Nonostante dal 2007 ben 80 militari alleati siano stati uccisi dalle forze afghane, i tre quarti dei quali negli ultimi due anni, Jacobson ha minimizzato l'importanza delle infiltrazioni di insorti tra le forze di sicurezza afgane. "I ribelli si dicono responsabili di questo tipo di attacchi ma le rivendicazioni sono infondate", ha commentato l'ufficiale rischiando di cadere nel ridicolo precisando che "nella maggior parte dei casi", questi attacchi sono frutto dello "stress". Da quanto appurato in molti casi a sparare sui militari alleati sono stati insorti infiltratisi nei ranghi di esercito e polizia grazie alla scarsa selezione attuata dalle autorità di Kabul ma in molti casi si è trattato di veri omicidi perpetrati da militari afghani che erano stati scoperti dai loro consulenti alleati a rubare denaro o equipaggiamento mentre in altri casi ancora è bastata una lavata di testa da parte di un militare americano a scatenare la furia omicida. Ai casi di “green on blue” si aggiungono anche quelli di “green on green”, come è accaduto il 28 marzo nella provincia orientale di Paktyka dove un poliziotto afghano ha ucciso nove suoi colleghi prima di darsi alla fuga.
Gianandrea Gaiani
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