Analisi Difesa anno 13 numero 127
002 - ANALISI MONDO

LA MAGRA FIGURA DELLA NATO IN LIBIA RIVELATA DA UN RAPPORTO INTERNO

di Gianandrea Gaiani da Libero del 17 aprile 2012
Che qualcosa non avesse funzionato al meglio nella guerra della Nato contro la Libia se ne erano già accorti in molti ma le difficoltà vengono ora confermate da un dettagliato rapporto di 300 pagine interno all’Alleanza Atlantica, realizzato dal Joint Analysis and Lessons Learned Center situato in Portogallo. Una relazione che ha individuato 15 “lezioni apprese”, termine con il quale vengono chiamati gli errori commessi e le carenze emerse a livello politico, organizzativo e di equipaggiamenti. Del resto se per mettere in ginocchio le deboli forze di Gheddafi la più potente alleanza militare del mondo ha avuto bisogno di sette mesi, da marzo a ottobre, le carenze non sono certo state poche come Libero sottolineò più volte durante il conflitto. Secondo il rapporto furono disponibili solo il 40 per cento degli aerei necessari per le intercettazioni delle comunicazioni nemiche ma del resto nell’operazione “Unified Protector” la Nato non riuscì mai a schierare più di 140 cacciabombardieri (e non tutti autorizzati a sganciare ordigni) in un conflitto che vide la partecipazione di appena una dozzina dei 28 Stati membri dell’Alleanza dei quali solo 8 parteciparono alle azioni belliche. Lo studio, destinato ad a essere presentato al vertice della Nato di Chicago ma finito nelle mani del New York Times, traccia un quadro impietoso delle operazioni alleate “orfane” degli statunitensi.  Dopo il ”first strike” con missili e bombardieri Barack Obama limitò l’impiego delle forze americane al minimo supporto logistico e strategico lasciando agli alleati europei il ruolo di prima linea. Una decisione che ha umiliato gli europei e la stessa Nato. Dopo appena un mese di guerra alcune forze aeree avevano terminato le bombe di precisione e furono costrette a chiederle “in prestito” all’aeronautica statunitense. L’esaurimento delle scorte di bombe riguardò anche i jet Harrier della Marina italiana e determinò in luglio il ritiro della portaerei Garibaldi dall’operazione. Nel novembre scorso emerse che l’Aeronautica italiana lamentò ritardi e difficoltà nel disporre del supporto degli aerei radar della Nato mentre il report ha evidenziato il pressapochismo con il quale venivano indicati gli obiettivi da colpire da “specialisti” in molti casi privi di esperienza. Condizioni che avrebbero provocato vittime civili ben oltre la settantina di casi accertati e del resto l’impiego di 7.700 bombe e missili (715 dei quali lanciati da aerei italiani) aveva già destato perplessità specie considerando un numero di obiettivi militari colpiti (oltre 6.500) troppo alto rispetto alle forze dei lealisti. Hanno fatto acqua anche le informazioni d’intelligence rivelatesi spesso insufficienti o non condivise che hanno determinato un “inadeguato scambio di informazioni tra gli alleati”. Nulla di nuovo. Basti ricordare la guerra parallela di britannici e francesi tesi ad accreditarsi come i nuovi padrini della Libia (al posto dell’Italia)  o i Mirage e Rafale francesi che in marzo diedero il via ai raids aerei sulla Libia sorvolando lo spazio aereo italiano senza neppure chiedere il permesso oppure la portaerei francese De Gaulle che rimase all’esterno del comando delle forze navali Nato per non sottostare a un comando italiano. Al vertice di Chicago Il rapporto consentirà a Obama di lamentare ancora una volta la pochezza del contributo militare europeo all’alleanza e respingere le pressioni di quanti, anche negli Stati Uniti, vorrebbero un intervento militare in Siria. Le forze di Damasco sono però ben più potenti e moderne di quelle libiche e i limiti dimostrati l’anno scarso sulla Libia nei cieli siriani potrebbero tradursi non solo in lezioni apprese ma anche in lezioni subite.