Analisi Difesa anno 13 numero 127
002 - ANALISI MONDO

L’INDIA PRIMO IMPORTATORE DI ARMI, LA CINA SESTO ESPORTATORE

di Gianandrea Gaiani

6 aprile – L’India segue le orme del rivale cinese e diventa oggi il primo importatore di armi e tecnologia militare del mondo. Una posizione occupata nel recente passato dalla Cina che oggi è invece in rapida ascesa nella classifica degli esportatori di armi. Acquista, copia, modifica, riproduci e rivendi. Questa la filosofia cinese che verrà presto imitata da Nuova Delhi a discapito di quanti scalpitano per vendere armi alle potenze asiatiche. Il massiccio riarmo dell’India ha avuto la sua vetrina a Defexpò, il salone biennale della Difesa che si è tenuto a Nuova Delhi dal 29 marzo al 1° aprile e che quest’anno ha suggellato il primato della potenza asiatica balzata in testa alla classifica mondiale dell’import di armi (circa il 10 per cento del mercato globale tra il 2007 e il 2011)  “certificato” recentemente dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Un giro d’affari che ha premiato soprattutto Mosca, fornitrice dell’82 per cento delle importazioni militari indiane comprendenti navi, aerei, carri armati ed armamenti in buona parte riprodotti in India determinando un’importante ricaduta di know-how sull’industria locale necessaria a invertire un trend che vede il 70 per cento degli equipaggiamenti delle forze armate indiane importati dall’estero. La corsa al riarmo “è determinata  dalle rivalità con India e Pakistan e dalle esigenze di sicurezza interna” sostiene Siemon Wezeman dello SIPRI Arms Transfers Programme. “Nuova Delhi chiede offset e trasferimento di tecnologie per potenziare la sua industria nazionale che i fornitori internazionali concedono per assicurarsi le commesse”. Non è solo il caso dei russi, che venerdì a Defexpò hanno firmato contratti per 10,8 miliardi di dollari (come ha annunciato il vice direttore del Servizio federale di cooperazione militare di Mosca, Viaceslav Dzirkan) ma anche delle aziende occidentali. Dei 126 cacciabombardieri Rafale che l’India dovrebbe acquistare dalla Francia  (contratto da 10 miliardi di dollari più altrettanti per il supporto) isolo una ventina verranno prodotti dagli stabilimenti della Dassault e gli altri in India. La firma del contratto è prevista tra sei mesi secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa A.K. Antony salvo un ripensamento che potrebbe dare nuove speranze all’altro jet finalista nella gara, l’EF-2000 Typhoon realizzato dal consorzio europeo Eurofighter (italo-tedesco-spagnolo-britannico). Solo la società missilistica europea MBDA ha in ballo 8 contratti miliardari con l’India uno dei quali firmato recentemente per la fornitura di 450 missili aria-aria Mica per 950 milioni di euro. Anche gli Stati Uniti, già coinvolti nel programma nucleare civile di Nuova Delhi, stanno fornendo aerei da pattugliamento marittimo Poseidon cargo C-17, e armi per 8 miliardi di dollari.  Con la stagnazione del mercato europeo degli armamenti, colpito dai tagli ai bilanci nell’area Nato/Ue i programmi indiani che prevedono di investire 100 miliardi di dollari per ammodernare le forze armate, soprattutto Marina e Aeronautica, nei prossimi dieci anni costituiscono un forte richiamo per le 232 aziende straniere presenti a Defexpò. Il bilancio della Difesa di Nuova Delhi ha registrato una crescita del 17 per cento  quest’anno pari a 38,6 miliardi di dollari (il triplo dell’Italia) anche se gli analisti del Jane’s Defence Weekly fanno notare che l’inflazione e il calo nel cambio rupia/dollari riducono il valore reale dell’incremento al 10/15 per cento. Una cifra certo lontana dai 106 miliardi di dollari del bilancio ufficiale della Difesa cinese (che in realtà supererebbe i 150 miliardi secondo il Pentagono)  ma che conferma le ambizioni di potenza regionale di Nuova Delhi e la volontà di contrastare sul mare le capacità di Pechino. Le due potenze asiatiche perseguono del resto programmi simili  che comprendono l’acquisizione di portaerei, sottomarini, cacciatorpediniere e fregate lanciamissili. Le maggiori risorse dedicate alla forze armate puntano anche a migliorare efficienza e addestramento le cui lacune sono particolarmente evidente in campo aeronautico dove le forze aeree indiane hanno da anni il primato mondiale del numero di incidenti: ben 10 elicotteri e 33 cacciabombardieri Mirage, Jaguar, Mig e Sukhoi perduti tra il 2008 e il 2011 in incidenti dovuti a errori umani o cause tecniche che hanno provocato la morte di 26 militari e 6 civili. 
Nelle commesse militari all’India sono coinvolte anche le aziende italiane. Fincantieri ha consegnato una nave oceanografica e due da rifornimento e fornisce supporto e consulenza alla realizzazione della prima portaerei “made in India” in costruzione nel porto di Kochi che avrà un sistema propulsivo molto simile a quello imbarcato dall’italiana Cavour e imbarcherà radar ed elettronica  forniti da aziende del gruppo Finmeccanica. Selex Sistemi Integrati ha da tempo contratti per i fornire equipaggiamenti e sistemi di comando e controllo alle fregate classe Godavari e Brahmaputra mentre AgustaWestland ha venduto 12 elicotteri EH-101 per il trasporto Vip del governo.  In questi giorni Selex Galileo ha firmato un contratto da 25 milioni di euro per il supporto degli equipaggiamenti avionici per i velivoli imbarcarti della Marina  e ha costituito una joint venture con Data Patterns Group, società elettronica indiana. La vicenda dei due fucilieri di Marina prigionieri nel carcere indiano del Kerala non sembra influenzare il business delle forniture militari anche se il ministro della Difesa, Giampaolo di Paola, non ha visitato Defexpò pur recandosi in India il 29 e 30 marzo. Di Paola ha incontrato in carcere Salvatore Girone e Massimiliano Latorre e ha parlato della questione con l’omologo indiano A.K. Antony sottolineando la necessità di giungere in tempi rapidi alla liberazione dei due militari. Il “boicottaggio” del salone della difesa da parte di Di Paola marca un atteggiamento opposto a quello del ministro degli Esteri, Giulio Terzi, che on rinunciò a recarsi a Nuova Delhi con una nutrita delegazione di aziende dieci giorni dopo il fermo di Latorre e Girone.

Il primato dell’India tra gli importatori di armi è stato detenuto tra il 2002 e il 2006 dalla Cina, oggi invece balzata al sesto posto tra gli esportatori. La rapida parabola dell’industria militare cinese non si differenzia molto dall’evoluzione che ha avuto l’intero apparato produttivo del gigante asiatico in base allo schema che prevede l’acquisto di prodotti hi-tech che vengono copiati, eventualmente modificati e replicati in Cina per il mercato interno e per l’export. Semmai nel campo militare l’evoluzione tra importatori di prodotti e tecnologie a esportatori di sistemi completi  stato più rapido, complice forse anche un’agguerrita attività di spionaggio e hackeraggio che ha permesso di sottrarre molti segreti a statunitensi, britannici, russi e a chissà quanti altri Paesi a tecnologia avanzata. Tra i target più paganti le banche dati di fornitori di Lockheed Martin coinvolte nel programma F-35 per carpire i segreti del quale è stata attaccata anche la britannica  Bae System mentre gli hacker che hanno violato i data base di Sukhoi cercavano i segreti del T-50 russo. Il salto di qualità dell’industria bellica cinese è stato ufficializzato dall’ultimo rapporto del SIPRI di Stoccolma  che precisa come negli anni 2007-2011 Pechino sia comunque rimasta al quarto posto nella classifica degli importatori, guidata oggi dall’India che con un bilancio della Difesa in crescita da 38 a oltre 42 miliardi di dollari annui (seconda in Asia solo a Pechino e Tokyo) sta seguendo anche sul piano dell’industria della Difesa le orme della Cina.  Negli ultimi anni l’export di armi cinese è cresciuto del 95 per cento superato solo, secondo l’analisi del Sipri da Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Francia e Israele. Non si tratta più solo di “ferraglia”, cioè armi leggere, artiglierie, blindati e munizioni con le quali Pechino tradizionalmente rifornisce eserciti di Paesi in via di sviluppo in Africa e Asia ma anche di sistemi d’arma sempre più sofisticati come il cacciabombardiere JF-17  (derivato del progetto statunitense F-20 Tigershark e da quello israeliano Lavi entrambi mai entrati in produzione ) venduto al Pakistan che è oggi il principale cliente dei cinesi. Jet  da combattimento copia di velivoli russi venduti all’Iran (insieme a missile terra-aria e aria-aria) alla Birmania e ad alcuni Paesi africani, aerie da  addestramento K-8 piazzati in Egitto e in altri Paesi fino ai missile balistici a medio raggio M- 11 venduti ai siriani e altri di modello non precisato che dovrebbero sostituire in Arabia Saudita i DF-3 acquistati da Ryadh negli anni ’80 sempre dai cinesi. Per la prima volta l’anno scorso la Cina ha proposto un suo velivolo, il moderno JF-17 a un Paese della Nato in occasione della gara per il nuovo cacciabombardiere turco vinta poi dall’F-35.  Per avere un’idea di come Pechino abbia mutato il suo sassetto sul mercato della Difesa basti pensare che nel 2006 ha importato armi e tecnologia militare (per lo più dalla Russia) per 3,8 miliardi di dollari a fronte di un export di 597 milioni. Nel 2010 le importazioni sono invece scese a 559 milioni mentre l’export ha raggiunto 1,43 miliardi. Risultati che dovrebbero preoccupare quanti in Occidente puntano da tempo a rimuovere l’embargo sulle forniture di tecnologia militare decretato dalla Ue dopo la strage di Tienanmen, nel 1989, per cominciare a vendere armi a Pechino. Un’iniziativa che ciclicamente si ripropone a Bruxelles e che in questi anni ha visto soprattutto i governi italiani e francesi premere per aprire quel mercato ai colossi europei della Difesa. Nel 2004 il governo Berlusconi siglò un accordo con Pechino “nel campo della tecnologia e degli equipaggiamenti militari” che ratificava quello stipulato nel 1999 a rinnovo di un primo accordo decennale del 1989 bloccato dai fatti di Tienanmen. L’accordo riconosceva “sforzi e successi della Cina in favore della pace e stabilità interna e in tutta l’area orientale“. Il mantenimento dell’embargo europeo ha impedito lo sviluppo di commesse italiane in Cina ma persino gli  Stati Uniti hanno rimosso gli ostacoli alla vendita a Pechino dei loro cargo C-130  mentre nel 2010 l’allora presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, auspicò in un convegno all’Università Bocconi di poter fare altrettanto con i cargo tattici C-27J. Eppure le esperienze dei russi dovrebbero sconsigliare l’export di hi-tech e mezzi sofisticati in Cina. Pechino ha acquistato 200 Sukhoi 27 da Mosca replicati poi con la sigla J-11e proposti sul mercato internazionale mentre i J-15 imbarcati sulla prima portaerei cinese sono “copie” del Sukhoi 33, versione navale del Sukhoi 27. Vendere armi ai cinesi rischia di diventare un suicidio non solo in termini strategici ma anche commerciali. Per incassare oggi commesse da qualche miliardo si rischia di perdere nei prossimi anni interi mercati, sommersi da prodotti  “replicati”  a costo più contenuto a Pechino.