“Il Velino” 26 ottobre
Ieri una sentenza ha assolto il direttore e il capocultura del giornale danese Jyllands Posten, che ha pubblicato le vignette su Maometto, dall’accusa di diffamazione intentata loro da parte di sette organizzazioni islamiche. Il direttore del Jyllands, Carsten Juste, in una lettera pubblicata dal Middle Est Times, aveva scritto che “la pubblicazione delle vignette è stata mostrata come una campagna anti-islamica”, mentre sono state pubblicate “come parte di un dibattito sulla libertà di espressione, un diritto considerato molto importante in Danimarca”. “Non c’è mai stata l’intenzione del giornale di offendere le convinzioni religiose di qualcuno, come sfortunatamente è accaduto”. “Sono qui per difendere il diritto di offendere”. Fu con queste parole che l’ex deputata olandese Ayaan Hirsi Ali esordì a Berlino durante una conferenza a sostegno del Jyllands Posten. Entrata in politica per sensibilizzare la sinistra europea su questo pericolo, è stata eletta come deputata del Partito laburista, ma dopo l’11 settembre è passata con i liberali. Questo perché, ha spiegato, molti laburisti tendono a vedere gli immigrati come titolari di “diritti collettivi”. È stata la principale collaboratrice del regista olandese Theo van Gogh in Submission, un film sulle donne oppresse nell’islam. Ayaan Hirsi Ali ha scritto la sceneggiatura ed è sua la voce fuori campo. “Sono convinta che quella vulnerabile impresa chiamata democrazia non possa essere realizzata senza la libertà d’espressione, in particolare sui media. I giornalisti del mondo occidentale non possono rinunciare alla libertà d’espressione, che in altre aree del pianeta è negata”. Hirsi Ali disse che il Jyllands Posten aveva fatto una scelta giusta decidendo di pubblicare le vignette su Maometto e che sia stato altrettanto giusto ripubblicarle su altri giornali di tutta Europa. Karet Bluitigen, l’autore danese di un libro per bambini, socialista e da sempre militante nella sinistra del suo paese, non riusciva a trovare un illustratore di Maometto, perché tutti si autocensuravano per paura di subire la violenta vendetta dei musulmani, secondo i quali nessuno ha il permesso di raffigurare il profeta. I giornalisti del Jyllands Posten, decisero di indagare a fondo, ritenendo giustamente che una simile autocensura aveva conseguenze di grande portata per la democrazia. Flemming Rose, capo cultura del quotidiano, ingaggia 25 vignettisti: 13 rifiutano, 12 accettano. Oggi sono tutti sotto scorta. “Come giornalisti, avevano il dovere di pubblicare le vignette su Maometto – ha detto Hirsi Ali –Vergogna a tutti i giornali e i canali televisivi che non hanno avuto il coraggio di mostrare ai propri lettori le caricature dello scandalo. I loro giornalisti vivono grazie alla libertà di parola ma accettano la censura, nascondendo la propria mediocrità intellettuale dietro a termini nobili come ‘responsabilità’ e ‘sensibilità’. Vergogna a tutti i politici che hanno dichiarato che la pubblicazione o la ripubblicazione delle vignette era ‘non necessario’, ‘priva di sensibilità’, ‘irrispettosa’ e ‘sbagliata’. Sono convinta che il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen abbia agito giustamente quando ha rifiutato di incontrare i rappresentanti dei regimi tirannici che gli chiedevano di limitare la libertà di stampa. Oggi dobbiamo stare al suo fianco moralmente e materialmente. E’ un esempio per tutti gli altri leader europei. Vorrei che il mio primo ministro avesse lo stesso fegato di Rasmussen”. Poi Ayaan passa alle aziende. “Vergogna a tutte le aziende europee con filiali in Medio Oriente che si sono premunite di dire ‘Non siamo danesi’ e ‘Non vendiamo prodotti danesi’. Questa è pura codardia. Il cioccolato della Nestlè non avrà più lo stesso gusto, vero? Gli Stati membri dell’Ue dovrebbero rifondare il danno che le aziende danesi hanno subito per colpa del boicottaggio”. La libertà non si ottiene mai gratis. “Vale la pena di spendere qualche milione di euro per difendere la libertà di parola. Se non saranno i nostri governi ad aiutare i nostri amici scandinavi, spero che i cittadini stessi organizzeranno spontaneamente una campagna di donazione per le aziende danesi. Siamo stati inondati da severi giudizi sulla mancanza di tatto e di gusto delle vignette, che sarebbero servite soltanto a scatenare violenza e discordia. Quale vantaggio ha portato la loro pubblicazione, si domandano molti?”. Secondo lei la pubblicazione delle vignette ha dimostrato che esiste una diffusa paura tra autori, registi, vignettisti e giornalisti che vorrebbero descrivere, analizzare o criticare gli aspetti intolleranti dell’Islam che si sono diffusi a macchia d’olio in tutta l’Europa. “Ha inoltre rivelato la presenza in Europa di una significativa minoranza che non comprende e che non è disposta ad accettare i prinicipi e meccanismi della democrazia liberale. Queste persone, molte delle quali hanno la cittadinanza europea, hanno fatto numerosi proclami in favore della censura, del boicottaggio, della violenza e di nuove leggi per proibire l’‘Islamofobia’. Le vignette hanno dimostrato all’opinione pubblica che vi sono paesi pronti a violare le regole della diplomazia per ragioni di opportunità politica. Governi dispotici e malvagi come quello dell’Arabia Saudita inscenano falsi movimenti ‘popolari’ per boicottare il latte e lo yogurt danesi, mentre cercano di reprimere senza pietà qualsiasi movimento popolare che richieda il diritto di voto”. A difendere quella decisione anche il saggista inglese dell’ultrasinistra ma pro-guerra, Christopher Hitchens. Scrisse un lungo saggio sul magazine Slate, ripubblciato anche da altri giornali, contro “la Notte dei cristalli della libertà”. “Un piccolo paese democratico con una società aperta, un sistema di pluralismo confessionale e una stampa libera è diventato oggetto di una straordinaria, incredibile campagna organizzata di menzogne, odio e violenza, che si è allargata fino alla più grave violazione immaginabile del diritto internazionale e della civiltà: la violazione dell’immunità diplomatica. E non si è visto nessuno, tra coloro che detengono il potere per farlo, che abbia dichiarato la cosa più ovvia e necessaria, e cioè che siamo dalla parte dei danesi in quest’opera di diffamazione, di ricatto e di boicottaggio”. Al contrario, tutta la comprensione e la preoccupazione sono spese per coloro che hanno acceso la miccia. “Abbiamo paura di aver ferito i sentimenti dei vandali. Qualcuno vorrebbe dire che è stato un piccolo giornale di Copenaghen a innescare la miccia? Ma che masochismo abietto e che follia! L’ipocrisia che c’è in tutto ciò è vergognosa, nauseante e imperdonabile. Io sono uno dei pochi ad aver difeso pubblicamente il diritto di David Irving di pubblicare libri. Chi incita all’omicidio e all’incendio, o anche chi li giustifica, è incapace di innalzarsi al di sopra della gioia infantile che culmina nell’affermazione che due torti fanno un diritto”. Ma soprattutto nel mondo della cultura la notizia più potente a sostegno della libertà d’espressione venne dai cosiddetti “Dodici”, un gruppo di intellettuali che siglarono il “Manifesto contro il nuovo totalitarismo”. Molti di loro erano già sotto scorta. Taslima Nasreen e Salman Rushdie erano già stati oggetto di simili minacce nel passato e il secondo anche della famosa fatwa. Chahla Chafiq, scrittrice iraniana e autrice di Il nuovo uomo islamista, la prigione politica in Iran, vive in Francia in esilio. Come Mehdi Mozaffari, professore universitario autore di testi sull’ideologia islamica. Ibn Warraq scrive con uno pseudonimo e vive sotto protezione. Come protetta costantemente è Hirsi Ali. Il Manifesto recitava che “dopo aver vinto il fascismo, il nazismo e lo stalinismo, il mondo si trova di fronte ad una nuova minaccia totalitaria globale: l’islamismo”. “Noi, scrittori, giornalisti, intellettuali facciamo appello alla resistenza nei confronti del totalitarismo religioso e per la promozione della libertà, delle eguali opportunità e dei valori laici per tutti. I recenti eventi, accaduti dopo la pubblicazione delle vignette su Maometto nei giornali europei, hanno mostrato la necessità della lotta per questi valori universali. Questa lotta non sarà vinta con le armi, ma sul campo delle idee.Non stiamo assistendo ad uno scontro tra civiltà o ad un antagonismo tra ovest e est ma ad una lotta globale tra i democratici e i teocratici”. Come tutti i totalitarismi, l’islamismo si nutre delle paure e delle frustrazioni. “I predicatori di odio fanno leva su questi sentimenti al fine di formare dei battaglioni destinati ad imporre un mondo liberticida e discriminatorio. Ma noi affermiamo con chiarezza e con fermezza: niente, nemmeno la disperazione, giustifica la scelta dell’oscurantismo, del totalitarismo e dell’odio. L’Islamismo è una ideologia reazionaria che uccide l’uguaglianza, la libertà e la laicità ovunque si manifesti. Il suo successo può solo portare ad un mondo di dominazione: la dominazione dell’uomo sulla donna, e degli islamici su tutti gli altri”. Forte anche il rifiuto del relativismo culturale: “Rifiutiamo di rinunciare al nostro spirito critico per paura di essere accusati di ‘islamofobia’, un concetto sfortunato che confonde la critica dell’Islam come religione con la stigmatizzazione dei suoi fedeli. Crediamo nell’universalità della libertà di espressione, in modo che lo spirito critico possa essere esercitato in tutti i continenti, contro tutti gli abusi e tutti i dogmi. Facciamo appello ai democratici e agli spiriti liberi di tutte le nazioni perché il nostro secolo sia quello della luce e non dell’oscurantismo”.
G.M.
Si può sooridere di Maometto
La scorsa settimana Il Foglio ha lanciato un’iniziativa per scoprire se è possibile fare della satira sulla religione musulmana in televisione. Fra le prestigiose risposte arrivate alla testata diretta da Giuliano Ferrara, come quelle di Fabrizio Del Noce, Michele Serra e Carlo Freccero, nessuna ha negato la possibilità di mandare in onda sketch sull’argomento, a patto di non cadere nel blasfemo. Domenica Il Giornale ha ripreso l’argomento pubblicando un articolo di Ruggero Guarini che proponeva una sorta di sketch comico ispirato al rapporto storicamente provato, abbastanza cruento, fra il Profeta, i poeti e i cantori suoi contemporanei, che lo sbeffeggiavano. I precedenti nella nostra televisione sono solo due, ed entrambi hanno suscitato strascichi polemici e diplomatici. Nel 1985 il fortunatissimo programma ideato e condotto da Renzo Arbore Quelli della notte, spopola le serate italiane. Nel cast artistico appare Andy Luotto che interpreta, in maniera grottesca, uno sceicco arabo e il suo incomprensibile e maccheronico slang. La cosa, però, non è gradita da varie ambasciate mediorientali che protestano ufficialmente. Alla fine, gli autori del programma, sono costretti a eliminare il personaggio, e Andy Luotto, per il resto delle puntate, incarnerà un arricchito italo-americano di Brooklyn. L’altro precedente risale alla puntata di Fantastico 7 andata in onda sabato 22 novembre 1986. Quella sera uno sketch del trio comico Marchesini-Lopez-Solenghi prende in giro l'Ayatholla Khomeini. L'Iran-Air chiude immediatamente i voli per l'Italia, e a Teheran ci sono seri problemi per l'Ambasciata e per l'Istituto italiano di cultura, uno dei pochissimi centri culturali stranieri ancora aperti nella capitale mediorientale. In breve però, grazie soprattutto al lavoro della diplomazia, l'incidente si chiude e i tre comici riprendono a lavorare per la Rai. Per il resto, non appaiono grandi esempi di satira sulla cultura islamica nella nostra televisione, neanche fra quei comici che non tardano mai a dileggiare potenti e politici. Certo, il programma di Italia Uno Le Iene, si è lanciato a sbeffeggiare, con i suoi due conduttori Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, Osama Bin Laden e Saddam Hussein, segretamente innamorati l’uno dell’altro. Ma è cosa ben diversa deridere terroristi e criminali universalmente riconosciuti, piuttosto che criticare con la satira una cultura. Per restare in tema, il 26 ottobre, i responsabili del quotidiano danese Jyllands-Posten sono stati assolti dal tribunale del loro paese dall’accusa di avere offeso la religione islamica con la pubblicazione, nel settembre del 2005, delle controverse caricature su Maometto. Il giornalista danese Flemming Rose, invece, ha ancora sulla testa la Fatwa per averle pubblicate ed è costretto a vivere in clandestinità.
Valerio Tagliaferri