Analisi Difesa anno 10 numero 96
005 - NEWS

LAOS: DONNE IN PRIMA LINEA NELLA LOTTA AGLI ORDIGNI INESPLOSI

Da “Il Velino” - 19 febbraio - Vientiane - Forse pochi sanno che il minuscolo, remoto e silenzioso Laos rappresenta la nazione al mondo più massicciamente bombardata nel corso della sua recente storia. Si stima infatti che, tra il 1964 e il 1973 – gli anni della terribile campagna militare Usa in Indocina – oltre un milione e mezzo di tonnellate di ordigni siano stati “scaricati” sul territorio laotiano. Detto in maniera ancora più comprensibile e dettagliata, ciò significa che, nelle aree bombardate del Laos, vennero scaricate qualcosa come 12 tonnellate di bombe per chilometro quadrato. Espresso in maniera ancora più eloquente ciò vuol dire che ogni abitante del Laos, in quegli anni, vide piovere sulla propria testa mezza tonnellata di ordigni esplosivi. La storia: nel 1964 l’esercito americano diede inizio alle operazioni militari in Laos attraverso una serie di pesanti bombardamenti aerei nei territori settentrionali del Paese, destinati a colpire le truppe nord-vietnamite stanziate nell’area e le stesse forze militari comuniste laotiane del Pathet Lao. Copiosi bombardamenti interessarono anche il territorio meridionale del Laos; bombardamenti destinati a colpire il, quasi invisibile, “sentiero di Ho Chi Minh”: la fitta rete di strade, sentieri e percorsi fluviali che, attraverso Laos e Cambogia, aveva la funzione di assicurare i collegamenti e i rifornimenti tra le truppe vietnamite del Nord del Vietnam e quelle operanti nel sud del Paese.
Ad oltre trenta anni dalla fine del conflitto, i segni di quella campagna militare restano ancora, in gran parte, indelebili. È stato infatti calcolato che circa il 30 per cento degli ordigni lanciati in occasione della Guerra d’Indocina giacciano ancora inesplosi. Una quantità enorme che, tradotta in cifre, sta a significare che, qualcosa come 500mila tonnellate di ordigni, attende ancora, come è sua natura, di esplodere. Ordigni disseminati in ogni angolo del Laos, celati, sepolti e pronti a liberare il loro carico di morte non appena vengano disturbati. Oltre alle bombe scaricate da aerei, nel novero degli ordigni inesplosi – denominati nel gergo tecnico: UXO (“unexploded ordnance”) – è compreso anche un incalcolabile numero di munizioni impiegate durante gli attacchi di terra durante le campagne dell’epoca, di mine anticarro o antiuomo, nonché un non precisabile numero di bombe a mano anch’esse ancora inesplose. Tra tutti gli UXO, un posto di tutto riguardo – si fa per dire – spetta ai ben 250 milioni di “sub-ordigni” liberati dalle devastanti “bombe a frammentazione”. Si tratta in questo caso di speciali bombe lanciate da velivoli, le quali, dischiudendosi automaticamente prima di toccare il suolo, liberano un grande numero di piccole bombe, della dimensione di una palla da tennis, capaci di raggiungere e devastare una vasta area di territorio. In Laos vennero impiegate bombe a frammentazione del tipo CBU-26, capaci ciascuna di far deflagrare circa 200mila frammenti metallici. Frammenti destinati, letteralmente, a “mietere”, come in una nebulosa esplosiva, vittime in un’area di varie centinaia di metri quadrati.
L’insieme di questi resti, ancor oggi attivi al suolo, rappresenta una piaga devastante del Laos, rendendosi responsabile, quotidianamente, di ferimenti od uccisioni. Dalla fine del conflitto indocinese il numero delle vittime di ordigni inesplosi ammonta a 13mila individui. Circa la metà è rappresentata da fanciulli e ragazzi. La maggior parte degli incidenti ha luogo nel corso delle normali attività quotidiane: durante tragitti a piedi o con veicoli, nel corso del lavoro nei campi, in occasione dell’accensione di fuochi e falò in prossimità di resti non detonati. In molti villaggi, non è inoltre purtroppo raro che le vittime siano persone, prive di perizia, che tentano personalmente il disinnesco di ordigni casualmente rinvenuti. Ciò molto spesso avviene unicamente nel tentativo di ricavare del denaro dalla eventuale vendita a peso delle parti metalliche. Quando gli effetti dell’esplosione non determinano la morte immediata, questi comportano in genere il ferimento grave della vittima, con conseguenti amputazioni degli arti, menomazioni permanenti, cecità. Nel solo 2007, in Laos, 29 sono state le vittime uccise da ordigni inesplosi. Ben 61 i feriti.
Al di là degli effetti diretti sulla popolazione, la presenza capillarmente infestante di ordigni inesplosi, ha come conseguenza l’impraticabilità di vaste aree boschive e di appezzamenti agricoli, rendendoli di fatto, non calpestabili e non lavorabili. È proprio questa improduttività “indotta” dei terreni a contribuire tangibilmente alle condizioni di povertà, caratteristiche di molte zone rurali del Laos. Un potente elemento di decelerazione per qualsiasi sviluppo economico locale. Per cercare di “bonificare” il Laos da questa terribile piaga a lento rilascio, l’organizzazione MAG (Mines Advisory Group) ha, da anni, dato vita ad una sistematica opera di decontaminazione di terreni e aree di villaggio. Il MAG – il cui eloquente motto è: “salva le vite, costruisci il futuro” – è un’organizzazione umanitaria che opera in undici differenti paesi del mondo mettendo in atto progetti di sminamento a diretto beneficio delle comunità locali coinvolte nei loro interventi. In Laos il MAG opera grazie al diretto supporto della commissione Europea, dell’UNESCO, del Dipartimento di Stato Americano, dell’Agenzia per l’Aiuto e lo Sviluppo della Nuova Zelanda e di numerose altre organizzazioni mondiali. Per poter capire in dettaglio le azioni e le strategie del MAG in Laos, siamo andati a trovare Tom Morgan, responsabile dell’Ufficio Comunicazione del MAG di Vientiane. Tom ci accoglie nella hall della sede del MAG, ove si trova anche un piccolo centro informativo e di documentazione ad usum dei visitatori.
Tom ci spiega che: “Il MAG opera in Laos dal 1994. A parte l’ufficio centrale di coordinamento a Vientiane, il MAG agisce attraverso 11 unità di artificieri. Tra queste unità, due sono costituite per intero da donne, donne che, come gli altri operatori del MAG, hanno seguito un lungo e severo training di addestramento”. Senza che lo si debba interrompere, Tom continua: “le donne hanno un ruolo fondamentale nella nostra organizzazione. Noi puntiamo molto su di loro, sia come operatrici sul campo, sia come elementi chiave nel coordinamento locale proprio delle aree rurali. Le donne hanno modo di apprendere e di insegnare ad altre donne, garantendo pertanto un’opera di sensibilizzazione capillare molto efficace. Otre un terzo dello staff del MAG è formato da donne. Ben il 50 per cento dei membri che fanno parte del coordinamento di villaggio sono donne. Il nostro obiettivo è quello di incrementare la loro presenza attiva in vista di un’equità di genere nei progetti del MAG sul campo”. Quando domando quale sia l’entità del personale coinvolto nel MAG, Tom Morgan ci risponde: “A parte un esiguo numero di operatori internazionali, il MAG esiste e sussiste grazie all’impegno di ben 230 laotiani coinvolti, a diverso titolo, nei nostri programmi. Oltre al lavoro materiale di sminamento, una gran parte della nostra attività è orientata verso programmi di sensibilizzazione delle comunità locali, così da renderle coscienti dei rischi derivanti dagli ordigni inesplosi. In questo ambito la presenza di operatori laotiani è essenziale. Nella nostra attività, oltre al problema della localizzazione degli ordigni, esiste anche quello della loro eventuale mobilità. Infatti, non di rado, le consistenti piogge monsoniche fanno sì che ordigni si disincaglino dal suolo per venire altrove dislocati assieme a detriti fangosi formati dai ruscelli temporanei”.
Portando alla nostra attenzione una serie di dati statistici Tom aggiunge: “Il MAG, nel solo anno 2007, ha localizzato e distrutto ben 6.460 ordigni inesplosi. Abbiamo inoltre bonificato un’area di circa 3.260mila metri quadrati di terreno così da consentire nuovamente alla popolazione di riappropriarsi di campi coltivabili, di canali per l’irrigazione, di giardini scolastici, di strade e della stessa storica Piana delle Giare, una delle più importanti testimonianze archeologiche e attrazioni turistiche del Laos settentrionale”. Quando scendiamo nel campo dei dettagli puramente tecnici e dei problemi di natura pratica, Tom ci spiega: “In questa fase della nostra attività stiamo cercando di migliorare la stessa dotazione tecnica in uso dai nostri operatori. I ‘metal detector’ che stiamo attualmente impiegando permettono infatti di compiere delle perlustrazioni su aree molto più ampie, di quanto non avvenisse in precedenza. Un operatore è ora in grado di scandagliare, al giorno, un’area compresa tra i 250 i 500 metri quadrati. Un incremento di ben 600 per cento rispetto a solo qualche anno addietro”. “Un vero successo”, spiega Tom, che si va ad aggiungere al sempre crescente supporto da parte di donatori privati che, da ogni parte del mondo, sostengono economicamente i progetti portati avanti dal MAG. Piccoli semi per aiutare un popolo a liberarsi dalla schiavitù del terrore costante che ogni passo possa celare una minaccia per la propria vita. (Martino Nicoletti)